Il mio pensiero è ancora in evoluzione.

Cresce e cambia insieme a me.

Nel tempo, attraverso il mio lavoro clinico, l’attività di formazione e le mie ricerche, ho iniziato a guardare la Persona da una prospettiva sempre più ampia.

Mi sono accorta che, mentre aumentano le nostre possibilità, le informazioni e le tecnologie, rischiamo di impoverire qualcosa di essenziale:

l’essere umano.

Non soltanto nella capacità di stare in relazione, di costruire la propria identità o di dare significato a ciò che vive.

Ma anche nella capacità di riconoscersi responsabile delle proprie scelte e delle loro conseguenze.

È da questa consapevolezza che prende forma la domanda che attraversa il mio lavoro:

Siamo ancora in grado di essere Umani?

L’osservazione, l’ascolto, la ricerca e la scrittura sono diventati il modo con cui ho scelto di attraversare questa domanda.

Sono partita dalla Persona.

Dalle relazioni che la costruiscono.

Dall’identità.

Dal linguaggio.

E ho osservato cosa accade quando queste dimensioni vengono ferite, trasformate o messe in discussione.

Ho osservato anche cosa cambia quando la tecnologia entra negli stessi processi.

Perché oggi non possiamo più parlare della persona, della relazione e dell’identità ignorando l’ambiente tecnologico nel quale una parte sempre maggiore della nostra esperienza prende forma.

È da questo percorso che sono nate le mie elaborazioni sulle Ash Identity e sulla Patente Umana.

Non sono punti di arrivo.

Sono strumenti con cui continuo a osservare, interrogare e comprendere ciò che sta accadendo.

Dalla persona alla relazione.

Dalla relazione all’identità.

Dall’identità al linguaggio.

Dal linguaggio alla tecnologia.

E dalla tecnologia, ancora una volta, alla domanda sull’umano.